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SIAMO ARCHEOLOGI O TALEBANI?
Inserito il 11 novembre 2008 alle 18:04:00 da redazione-ct. IT - Tutte le notizie

Aspro botta e risposta polemico tra Andrea Carandini, che accusa gli archeologi del MiBAC di essere dei "Talebani" della tutela e Stefano De Caro, Direttore Generale dei Beni Archeologici del MiBAC.




(vi invitiamo a dire la vostra sul Blog dell'ANA)



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TROPPI OSTACOLI DAI TALEBANI DELLA CONSERVAZIONE

Intervista ad Andrea Carandini sulle da lui supposte esagerazioni della tutela (Dal Corriere della Sera, 3 novembre 2008)


«Con gli scavi d'emergenza non preserviamo alcunché, né immagazziniamo conoscenze per le generazioni future. Accumuliamo solo una congerie bruta, sparsa e caotica di indizi non tradotti in cultura, che col passare del tempo sarà impossibile redimere, per cui non rimarrà che il danneggiamento alla risorsa archeologica».
Un grande archeologo che se la prende con i colleghi archeologi, «colpevoli» di scavare troppo e, a suo avviso, inutilmente. Andrea Carandini, classe 1937, insegna Archeologia classica e Storia dell'arte greca e romana all'università La Sapienza. Ed è uomo che ama (quasi un paradosso per uno studioso della sua materia) pensare al futuro e preoccuparsi dei posteri.

Nel suo ultimo saggio in uscita domani da Einaudi ( Archeologia classica - Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000, pagine XV-2008, € 24) si ritrova intatto il coraggio di un cattedratico che sfidò «i Talebani della conservazione», secondo lui identificabili in Italia Nostra e dintorni, schierandosi ad agosto a favore della realizzazione dei famoso parcheggio del Pincio a Roma: «L'Italia, da zero a quindici metri di profondità, presenta sempre vestigia romane o alto-medioevali. Cosa facciamo? Non viviamo più per le nostre civiltà sepolte?»
Poi del parking non se ne fece nulla, ma Carandini rimane della sua idea. E viene da- sorridere pensando a un piccolo conflitto in una illustre famiglia (il professore è figlio dell`ambasciatore Nicolò, campione dell'antifascismo, e nipote di Luigi Albertini, dal 1900 al 1925 direttore del Corriere della Sera).

Andrea Carandini è fratello di Maria Antonelli Carandini, per anni instancabile presidente della sezione romana di Italia Nostra e tuttora una delle sue attivissime animatrici. Al suo posto ora siede Carlo Ripa di Meana, protagonista della vittoriosa battaglia anti-Pincio. Ma questa è tutta un’altra storia. Ora Andrea Carandini nel volume godibilissimo per i continui rinvii letterari e non archeologici elegantemente collegati a alla sua disciplina (Proust, Sàndor Màrai, Gadda, Balzac, Calvino, e sono solo alcuni) contesta la scavo-mania del colleghi. Ovvero l'ansia di sottrarre alla terra ciò che è conservato da secoli nel caso si profili una «emergenza», cioè - per esempio - la necessità di decidere se permettere o meno un'edificazione. Meglio, scrive Carandini, «sfruttare le tecniche di indagine non distruttive. Cioè le foto aeree dell'area, la magnometria, il georadar, le tecniche della valutazione anche predittiva dei depositi archeologici per arrivare a una protezione e a un utilizzo controllato delle risorse storiche del sottosuolo».

In questo modo, argomenta Carandini, si può offrire una risposta senza scavare. Perché «. Gli archivi degli scavi d'emergenza, al contrario, sono tracce di documentazione da riscavare con possibilità di far rivivere il passato straordinariamente ridotte». Il professore ironizza con le abitudini di certi suoi colleghi: «Dopo tanti scavi d'emergenza l'archeologo funzionario, convinto di aver bene operato, va tranquillo in pensione anche se la documentazione riposa magari sotto il suo letto o nascosto in un angolo introvabile di un deposito di pratiche. Pubblicare vecchi scavi e vecchie documentazioni è opera meritevole, ma chiunque abbia pratica dello scavo e della sua edizione sa che si trova fra le mani un estratto esangue di quanto molto più riccamente la matrice terrestre preservava».

Un esempio tra tutti, i contestatissimi scavi di piazza della Signoria di Firenze: «Uno dei più gravi misfatti archeologici imputabili all'amministrazione statale».

Il giudizio finale di Andrea Carandini contro la sua categoria accademica è durissimo: «Questi scavi, più che contribuire alla costruzione della memoria, fanno parte essi stessi di un problema che contribuiscono ad aggravare. La sua distruzione». Perché gli scavi d'emergenza «più che mitigare perdite d'informazione sono protagonisti attivi di quelle stesse perdite, similmente alle distruzioni operate da sterri dovuti a un'edilizia incontrollata o all`usura lenta e nascosta del tempo». E ancora: «Gli innumerevoli scavi d'emergenza - nessuno sa calcolare quanti sono - sono dovuti ad avidità di conoscenze approssimative, al volersi mettere il cuore in pace rispetto alle maligne forze della vita e a prassi burocratiche consolidate e mai più ripensate». Carandini non abbassa la guardia nemmeno contro i «Talebani della conservazione» che lui ~ individua in funzionari statali formati in «madrasse della tutela» i quali «a tutto della vita si oppongono, in sterile e costosa resistenza, e che hanno l`unico scopo di vincolare l`intero Paese, come se separare dalla vita implicasse anche conservare». E poi (riecco la polemica «familiare») ci sono «associazioni benemerite e vecchiotte» (come non pensare a un identikit di «Italia Nostra») e «la sinistra radicale acriticamente venerata». Tutto carburante che può rinvigorire, secondo l'analisi di Carandini, il movimento di destra «favorevole alla deregulation che vorrebbe sbaraccare la tutela impoverendola e abbandonare il Paese a un`anarchia liberistica». Quindi attenzione, avverte il professore, all'universo in cui «lo sviluppo della vita appare sempre nemico della conservazione e dove il libero mercato è ritenuto comunque un satana: sono qui all'opera antiamericanismo, anticapitalismo, statalismo, avversione per una democrazia partecipata». Potrebbero essere loro i più forti alleati di un distacco tra Paese reale e universo chiuso della tutela, aprendo il varco ideale per la deregulation totale. I Talebani della conservazione, sorride Andrea Carandini, sono avvisati.

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La risposta di Stefano De Caro, Direttore Generale per i Beni Archeologici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Da Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2008).


"SCAVOMANIA" O TUTELA NECESSARIA?

Non ho ancora letto il nuovo saggio di Andrea Carandini su come "Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000", ma mi sembra necessario commentare subito l'intervista all'autore di Paolo Conti apparsa pochi giorni fa sul Corriere della Sera. I riferimenti ironici agli archeologi delle Soprintendenze, "talebani" educati nelle "madrase della tutela", dediti ad un'ottusa forma di opposizione allo sviluppo del territorio con insensate richieste di scavi preventivi sono francamente fuorvianti. L'ironia è sempre simpatica, ed è per sua natura esagerata, ma non dovrebbe giungere al travisamento e a rischiare di minare la credibilità di una categoria di funzionari la cui azione in difesa del patrimonio archeologico è universalmente apprezzata.

E forse è anche vero che questi archeologi-talebani praticano la tutela con una passione quasi anacronistica in tempi di opportunismo travestito da realismo. Figuriamoci: la maggior parte di loro crede sul serio, quasi fosse una sura del Corano, che debba essere preso alla lettera l'articolo 9 della Costituzione che pone la tutela del patrimonio archeologico al di sopra di tutti gli altri valori, ivi compresi quelli economici!

Peccato però - afferma Carandini - che questi funzionari non assolvano bene a questo dovere in quanto i loro scavi di emergenza, non pubblicati, si risolvono in una perdita di dati, e quindi addirittura in una colpevole distruzione di strati archeologici.

Ma è proprio vero? In realtà è ben noto che non poche scoperte importanti sono avvenute proprio negli scavi di emergenza che rappresentano ormai quasi il 90 % dell’attività delle Soprintendenze, giacché quelli “di ricerca” hanno, ormai da tanto tempo, sempre meno risorse a disposizione. Senza dire che gran parte degli oggetti che riempiono i nostri musei sono frutto di questa stessa archeologia, preventiva o di emergenza, che consiste in quel poco fascinoso lavoro fatto di vincoli, di dispute sugli strumenti urbanistici, sui condoni edilizi, di procedimenti civili e penali. Va bene, ma perché molti degli scavi di emergenza – come giustamente afferma Carandini - restano inediti? La risposta più vera è: il ritardo o la mancanza di pubblicazioni dipende dall’esiguo numero degli archeologi delle Soprintendenze; dallo stato di precarietà dei loro collaboratori esterni; dall’insufficiente attenzione da sempre dedicata a questo problema da un Ministero strutturato su un modello burocratico-amministrativo piuttosto che tecnico-scientifico. Ma anche dal fatto che, perfino nel caso di un’opera pubblica, ricerca e scavo archeologici sono stati percepiti non come l’espressione di un valore preminente, ma come un impaccio di cui sbarazzarsi al più presto. Per cui si sostengono le spese per la loro esecuzione – anche chiamando costosi consulenti accademici a contrastare le richieste delle Soprintendenze e cercar di risparmiare -, ma una volta che l’area è, come si suol dire, “bonificata” dai resti archeologici, non c’è chi paga per la pubblicazione; tanto meno le Soprintendenze coi loro magri bilanci. E allora? “Non fate questi scavi, accontentavi delle prospezioni” sembra essere la risposta di Carandini. Mentre quella imposta dalla deontologia professionale (e dalla legge) può essere solo quella “talebana”: e allora non si può fare l’opera pubblica perché procedere alla cieca, solo vagamente intuendo da una prospezione che sotto terra c’è un monumento non servirebbe affatto ad impedirne la distruzione (e anche spendendo di più per le inevitabili sospensioni dei lavori). Per paradossale che sembri: meglio un’opera in meno che uno scavo non pubblicato.

Nessuna Soprintendenza opera per “avidità di scavo”, ma perché non se ne può fare a meno, per salvare il territorio almeno come memoria storica. Lo scopo del nostro lavoro è indagare e rendere pubblica la storia del territorio. Pubblicare uno scavo non è un inutile sfoggio di cultura, è la conclusione obbligatoria di un’attività scientifica e istituzionale che fin dal primo momento dovrebbe essere messa nel conto della programmazione delle opere, grandi e piccole, pubbliche o private.

In questi giorni il Ministero sta perfezionando il regolamento della legge sull’archeologia preventiva che prevede che si mettano in conto fin dall’inizio, almeno per le opere pubbliche, i costi della pubblicazione. Chi scrive sta istituendo, in collaborazione con l’Associazione Internazionale di Archeologia Classica, una rivista elettronica per la rapida ed economica edizione online degli scavi. Si possono studiare nuovi modelli di intervento, chiamando, ad esempio, le Università a concentrarsi sui problemi della tutela, rinunciando in parte a ricerche più gratificanti per prospettive mediatiche. La discussione su questi temi è più che mai aperta.
Tutto meno che lasciar passare l’idea che la ricerca archeologica preventiva sia un falso problema.

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