Censimento nazionale degli archeologi

L’ANA ha promosso nel corso degli anni due censimenti nazionali degli archeologi operanti in Italia al fine di tracciare un quadro esaustivo della professione. Il primo censimento (2006) ha visto la partecipazione di più di 300 archeologi ed ha fornito importanti dati  che hanno contribuito ad orientare  il lavoro dell’Associazione negli anni successivi. Il secondo censimento ha avuto luogo nel 2011 ed ha visto la partecipazione di oltre 800 archeologi. I risultati di tale censimento sono stati esposti in varie sedi e sono stati oggetto di analisi sia a livello locale che nazionale.

Dal II Censimento Nazionale promosso dall’ANA emerge l'immagine di una professione con un alto profilo formativo: un'elevata percentuale di archeologi italiani (41%) ha un titolo di studio superiore alla laurea (specializzazione, dottorato o entrambi) conseguito al termine di un percorso accademico di almeno 7 anni.

Ciononostante la difficoltà a trovare un impiego stabile ed adeguatamente remunerato appare evidente: per oltre la metà degli archeologi italiani (52%) l’archeologia non costituisce la fonte principale di reddito e per questo sono costretti a trovarsi anche un altro lavoro. Una situazione che nasce della penuria di fondi, dalle inadempienze nei confronti delle normative di tutela del patrimonio archeologico da parte degli Enti locali e dei soggetti pubblici e privati che operano nel settore delle infrastrutture, e dalla debolezza del sistema di tutela del patrimonio archeologico: inadempienze e inefficienze a causa delle quali la maggior parte degli archeologi italiani non riesce a lavorare più di sei mesi all'anno (62%), mentre quotidianamente una fetta importante del nostro patrimonio archeologico viene travolta e distrutta dalla speculazione edilizia o finisce preda delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico illecito di reperti archeologici.

Di pari passo appare grave la situazione retributiva: nel Paese con la più alta concentrazione di beni archeologici al mondo, ben il 70% degli archeologi guadagna meno di 15.000 euro lordi all'anno.

La prospettiva di un lavoro stabile è del tutto illusoria, mentre è il lavoro "atipico" a costituire la regola. Né lo stato né i privati riescono ad offrire una prospettiva occupazionale statisticamente significativa: i rapporti di lavoro dipendente riguardano infatti solo il 14% degli archeologi. La stragrande maggioranza degli archeologi (74%) fa invece un lavoro autonomo o è inquadrato con forme di lavoro atipiche (partita IVA, co.co.pro, prestazione occasionale etc.), con tutto ciò che questo comporta in termini di negazione di tutele e diritti: da un lato prelievi fiscali e previdenziali molto più elevati, dall'altro nessun diritto ai congedi parentali, alle giornate di malattia retribuite, al sostegno in caso di perdita del lavoro, alla maternità etc.

Tra tutti la negazione del diritto alla maternità è uno degli aspetti più gravi, se si considera che quella di archeologo è in Italia una professione prevalentemente femminile: il 70% degli archeologi italiani censiti è donna, con tutte le conseguenze che per una donna comporta lo svolgere una professione altamente usurante, svolta prevalentemente in cantiere. 

  

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