Solidarietà professionale: un obiettivo ancora da raggiungere

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La riflessione pubblicata online dalla collega del MiBACT Carmelina Ariosto ha lasciato perplessi molti lettori tra gli archeologi italiani. Suona infatti come una nota stonata nel panorama catastrofico che sta vivendo il nostro Paese: la prima reazione è quella di giudicare questa lettera come una lamentela, pronunciata da una dama di Versailles, verso le brioche un po’ “durette” mentre il popolo fuori dalle mura del castello muore di fame senza neanche un pezzo di pane raffermo.

Sarebbe molto liberatorio, dal punto di vista della gran parte degli archeologi, liberarsi il fegato chiedendo ad esempio alla collega come si sente a combattere con le difficoltà di accesso alla rete telematica da cittadino privato, laddove chi non lavora con le dotazioni dello Stato sa bene quali sono gli impedimenti che provoca un sistema di infrastrutture non sempre all’altezza delle aspettative, quando non proprio preda del digital divide che caratterizza ampie aree del nostro Paese, variamente diffuse a nord come a sud. Mentre tanti professionisti sono “obbligati”, ma per davvero, a restare in cantiere, magari facendo finta che ci siano misure di sicurezza che invece latitano, quanto può sembrare stonata la lamentela della collega che si dichiara “obbligata a lavorare da casa in smart working” senza poter stare comodamente (si fa per dire) seduta in ufficio con tutti i benefit di un pubblico dipendente (lavoro all’asciutto, riscaldamento e aria condizionata quasi sempre funzionanti, al limite un computer un po’ obsoleto…)?
Quando la collega esprime insoddisfazione per il mancato riconoscimento del suo “curriculum plurititolato” in un difficile avanzamento di carriera, quanto può sentirsi frustrato un laureato, specializzato, dottorato, titolato con master magari internazionali, a seguire una ruspa per stipendi spesso irrisori e certamente instabili? E vogliamo fare un discorso sulle ferie? Facciamolo coi liberi professionisti: “feria c’è se ditta paga”. Altrimenti lavori quando e quanto puoi e le ferie sono le pause tra un lavoro e l’altro. E potremmo proseguire.

Ecco, nella riflessione della collega gli spunti per cedere alla tentazione di rispondere male non mancano, e infatti in molti sui social network si sono lanciati in critiche (legittime e spesso anche fondate) e attacchi personali (molto meno legittimi e a volte con inaccettabili dinamiche da branco). Ma la verità è che questo sarebbe molto sbagliato. Perché non c’è nulla di peggio del cannibalismo tra lavoratori mentre le cose nel Paese vanno a rotoli. Professionisti contro funzionari, imprese contro accademici, tutti contro tutti, occhio per occhio, “e il mondo diventa cieco” (M. Ghandi).

La verità è che almeno una parte dei disagi lamentati dalla collega per alcuni lavoratori sono reali e concreti. E nel momento in cui il nostro Paese chiede a noi cittadini sforzi per resistere se possibile continuando a lavorare, non basta dire che i dipendenti utilizzano forme di “lavoro agile” (per tradurre smart working) affinché questa affermazione fotografi la realtà. Nulla si improvvisa, altrimenti si rischia di fallire e le cose finiscono per non funzionare. Nello schema della tutela del nostro patrimonio, immaginandolo come una catena, uno degli anelli è costituito dal MiBACT: se questo anello si rompe, le conseguenze riguardano tutta la catena. Un discorso che vale naturalmente per tutti gli ambiti professionali: se un professionista non scende in cantiere perché mancano le condizioni di sicurezza, si blocca la tutela; se il professionista scende in cantiere ma poi non ha riscontri dal funzionario di zona (magari perché abita in una zona non coperta dalla rete), la tutela si blocca ugualmente. Quello della tutela è un sistema nel quale tanti ingranaggi compiono ciascuno la propria parte, senza veri e propri ordini di gerarchia rispetto all’esercizio della professione.

La solidarietà tra ambiti professionali diversi (da opporsi al cannibalismo di cui sopra) non è una questione solamente etica e morale (è giusto che ogni lavoratore sia messo nelle condizioni di svolgere al meglio la propria funzione sociale); diventa invece il fondamentale strumento attraverso il quale i lavoratori si aiutano l’un l’altro (“a prescindere dall’ambito nel quale svolgono il proprio lavoro”, recita lo Statuto dell’ANA) consapevoli che il sistema in cui operano si regge solo attraverso la continua relazione tra gli elementi che lo compongono. E se un elemento manca, il sistema si blocca.

Forse ci siamo tutti un po’ troppo abituati all’assenza di diritti in vaste fasce della categoria dei lavoratori, da aver tramutato nell’immaginario collettivo quei diritti ancora residui in veri e propri privilegi: una deriva pericolosa se lasciata nelle mani dei tribunali popolari improvvisati sui social network.

Nelle scorse settimane abbiamo visto con soddisfazione che nei confronti degli archeologi impiegati sui cantieri di opere pubbliche o private si è manifestata la solidarietà non solo delle associazioni di categoria, cosa scontata, ma anche di singoli e gruppi di funzionari e accademici e relative associazioni e consulte. Vista l’emergenza sanitaria, era certamente auspicabile che questo avvenisse, ma l’auspicabile non è mai scontato: ci sembra giusto riconoscerlo e manifestare il nostro apprezzamento. Perché la nostra categoria è sempre stata debole proprio a causa delle tante divisioni interne, a volte laceranti, che pure ancora esistono. Ma può trovare forza e compattezza se le rappresentanze del sistema o dei singoli elementi che lo compongono convergono per una difesa collettiva dei lavoratori, dando concreta realizzazione al nostro più antico slogan: più tutele per chi tutela.

 

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