Lettera aperta al nuovo ministro della Cultura

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Ill.mo signor Ministro,

la nostra Associazione ha molto apprezzato la scelta di proporre alla guida dei Beni Culturali una persona competente proveniente dalla società civile e riteniamo che la sua esperienza nel settore del design, cioè della massima manifestazione della cosiddetta “creatività italiana”, sia un segnale incoraggiante per un rinnovamento del settore del patrimonio culturale a cominciare dalla sua funzione nella società.

 Ma c’è un’altra trasformazione che le precedenti gestioni, compresa l’ultima che pure ha dato un forte scossone al settore, non hanno saputo o voluto avviare se non in parte minima e controversa: un rinnovamento dei metodi, degli obiettivi e degli strumenti della tutela, che resta una funzione centrale, forse la principale tra quelle attribuite al suo Dicastero.

Malgrado la tardiva (2015) ratifica della Convenzione europea per la protezione del Patrimonio archeologico (1992), sull'archeologia preventiva l’Italia non ha ancora saputo adeguarsi alle pratiche più innovative ormai adottate nei paesi più evoluti, dove si è passati da una gestione centralizzata a carico della fiscalità generale (quindi destinata a soffrire di una strutturale scarsità di risorse) ad un sistema basato sul “Polluter Pays Principle” in cui le coperture vengono ricavate in funzione delle opere realizzate nel territorio, consentendo costi e tempi certi, migliore qualità degli interventi e una ricaduta maggiore sulla società. Tassello fondamentale di questo sistema è la libera professione: i beni culturali non sono più un mero ramo della pubblica amministrazione ma un settore pienamente inserito nel resto della realtà sociale ed economica del Paese. La stessa Convenzione quadro sul valore del Patrimonio culturale, di cui si è fatto un gran parlare (Convenzione di Faro), rischia di essere inefficace in assenza di questi strumenti operativi.

Per questo, qualsiasi seria politica culturale che voglia produrre anche lavoro e sviluppo deve mettere al centro le esigenze dei protagonisti di questo settore: le professioni dei beni culturali. Pensiamo al caso degli archeologi, di cui solo un piccolo numero lavora ormai all’interno delle Soprintendenze, mentre la gran parte di essi opera come singoli o imprese fornendo servizi a enti pubblici e privati, garantendo così, sotto la vigilanza del Ministero, quelle funzioni di tutela e valorizzazione che la Legge attribuisce al suo Dicastero. La tutela in questo modo esce dal recinto del Codice dei Beni Culturali per investire anche la normativa sui Lavori Pubblici, sulla pianificazione territoriale e, in generale, sui servizi professionali.

Tuttavia i professionisti del settore, da sempre invisibili agli occhi del Legislatore, ancora attendono che sia emanato il decreto attuativo degli elenchi nazionali degli operatori dei beni culturali previsto dalla Legge 110/2014, e aspettano su questo un coinvolgimento effettivo delle rappresentanze professionali della categoria, così come previsto dal testo di legge; attendono che si faccia una seria politica nel campo delle opere pubbliche, rispettando il ruolo attribuito ai liberi professionisti dal Codice dei Contratti Pubblici, applicando le norme di archeologia preventiva previste dallo stesso, redigendo bandi di gara che garantiscano un compenso equo per gli archeologi impegnati in tali attività; attendono che si dia alle professioni dei beni culturali la stessa dignità di tutte le altre, uscendo dal binomio precariato vs pubblico impiego. Tutto questo un Ministro dei beni culturali lo può fare, a cominciare dall’emanazione del suddetto decreto, dalla stesura dei bandi di gara e dei progetti, dalle modalità di esternalizzazione delle attività delle Soprintendenze, da una gestione virtuosa delle società in-house del Ministero. Signor Ministro, le chiediamo il coraggio di mettere finalmente in atto questa nuova politica dei beni culturali, e allora il suo sarà veramente un governo del cambiamento.

 

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